Questo pomeriggio ho aperto il libro di Mantovani, intercultura, e all’inizio c’era proprio una frase che non ricordo bene a che punto del cammino di Santiago l’avessi incontrata.
Caminante, son tus huellas
el camino, y nada mas;
caminante, no hay camino
se hace camino el andar
Antonio Machado
Credo che sia scritta in qualche rifugio o in qualche muro di qualche città, ma in fondo dove è scritta ha poca importanza.
Il cammino ancora una volta ricorre nella mia vita, ancora una volta in modo casuale.
Mi alzo di scatto dalla sedia e afferro la cartina che una volta arrivata a Santiago ho comprato in uno dei tanti negozi di Souvenirs che ornano le strade che portano alla Cattedrale.
Decido che è arrivato il momento di appenderla al muro.
È una cartina plastifica e lunga, segna tutta la strada che ho percorso. Dal confine Francese ho attraversato tutta la Spagna per giungere quasi fino alla costa. Già un piccolo rimpianto, non essere arrivati a Finisterre.
Cerco le puntine, prendo il martello, la cartina è sul muro.
Resto qualche minuto davanti alla cartina e passo il dito sulla strada. Il dito scorre piano sulla superficie liscia, la sensazione è piacevole. I ricordi affiorano in ordine sparso, le sensazioni le sento ancora vive sulla mia pelle, anche se oggi fa freddo sento il calore del sole sulla faccia.
Il cammino nasce per caso, quando qualcuno mi chiede perché rispondo quasi sempre “perché no?”. Ma è sempre una risposta parziale, ho fatto il cammino perché qualcosa mi ha chiamato a farlo.
Ho sempre avuto questa percezione e lungo la strada si è sempre più rafforzata.
C’è stato un momento in cui l’ho capito, stavo camminando lungo le mesetas e mi sono tornate in mente le parole di Fra.
Durante la fase di preparazione del viaggio e in particolare mentre compravo le scarpe e attrezzature varie, dicevo sempre che DOVEVO fare il cammino, lui mi disse che non dovevo ma che VOLEVO.
Per me dovere in quel momento voleva dire più di volere.
Quella mattina persa nei miei pensieri, me ne stavo in silenzio pochi passi davanti ad A., e tutto mi è parso improvvisamente chiaro. DOVEVO.
Era il cammino che in qualche maniera mi aveva chiamata, cosi come aveva chiamato Ercole, Cesare i Cissati.
Non sei tu che fai il cammino è il cammino che ti fa.
Ho sentito parlare per la prima volta del cammino due ragazzi del sito ir.it , due ragazzi che a tutt’oggi il cammino non l’hanno fatto.
Ho preso informazioni sul cammino tante volte sul sito pellegrinando.it. Con A. ne abbiamo parlato per anni, due e mezzo più o meno. Ho sempre pensato che l’avrei fatto con lui, che fosse la persona giusta. I tempi sono diventati maturi questa estate, sapevo che era il momento giusto.
Prima di partire ero spaventata da questa impresa, avevo paura di soffrire, avevo paura di non farcela, avevo paura di fallire. Si più di tutto avevo paura di mollare alla prima salita alla prima difficoltà seria. In famiglia mi hanno sempre dipinta come una che non finisce mai quello che incomincia, che alla prima difficoltà molla tutto. La fatica non fa per te, mio padre me lo dice sempre. Mia madre era convinta che alla prima tappa avrei mollato e sarei tornata a casa.
La settimana che ha preceduto la partenza ero talmente agitata che non riuscivo a dormire. Nonostante in tanti mi avessero detto che sarebbe andata bene, io avevo paura.
L’incontro con A. alla stazione di Genova è stato preceduto da un week con Pulcia e Dani. A sorpresa ci capita anche un certo fiorentino amico di raduni. Qualche consiglio sparso e qualche battutina hanno alleggerito le mie paure. A. mi aspettava davanti al binario uno.
Un lungo abbraccio prima di prendere il treno per Nizza.
Continua…